| Riflessioni di un formatore |
|
|
|
I tempi sono cambiati e con essi le metodiche di intervento in un soccorso. Un tempo il fratello della Misericordia non aveva altro compito se non quello di prelevare il malato o l’infortunato da dove si trovava e trasferirlo nel più breve tempo possibile presso una struttura ospedaliera dove altri avrebbero assunto la responsabilità della cura. Oggi, che ci siamo resi conto che le azioni del soccorritore possono influenzare in modo decisivo la qualità di una vita futura del paziente e addirittura essere una discriminante fra la sua vita e la morte, tutto è cambiato.
Precisi protocolli devono essere seguiti e applicati e il soccorritore deve apprendere regole e imparare a utilizzare presidi e strumenti. E’ quindi evidente l’importanza della figura del formatore che, come “facilitatore di apprendimento” deve mettere in campo una serie di accorgimenti, metodi e conoscenze affinché il discente, l’allievo, apprenda a sua volta conoscenze (sapere), abilità (saper fare) e atteggiamenti (saper essere) tutti ugualmente importanti nel suo futuro operare. Quanto detto fin qui è comune a tutte le figure che operano nel soccorso sanitario, sia che appartengano a una Pubblica Assistenza, alla C.R.I., a una qualsiasi associazione di volontariato. Noi però, Fratelli di una Misericordia, amiamo dire che siamo diversi, che nella nostra azione, pur condotta professionalmente, non è centrale l’intervento di soccorso ma lo è soprattutto la figura della persona in difficoltà. Quindi, pur nella ricerca della assoluta qualità delle azioni che compiamo, non dobbiamo assolutamente dimenticare che non stiamo manipolando un oggetto. Come formatore e come confratello che talvolta effettua turni di servizio con confratelli più giovani e con minor esperienza, appena usciti dai corsi che facciamo, ogni tanto mi chiedo: “ Con il mio comportamento sto dimostrando che mettere il paziente al centro non è solo una bella frase che viene detta alla prima lezione nell’introduzione dei corsi. Sto modificando (insegnando) il saper essere (atteggiamento) corretto a chi è con me?” A chi non è capitato che di fronte a un minimo di ostilità o semplicemente di voglia di non parlare di un paziente, che comprensibilmente, poverino, poteva anche avere un po’ di “giramento” per la sua situazione, non si è messo a parlare di argomenti di varia umanità con l’altro volontario nel retro dell’ambulanza o peggio, attraverso la finestrella con l’autista e il collega al posto anteriore? Indifferenza dispensata a piene mani! Magari la prossima volta arrivando sul posto invece di un asettico “dove sente dolore?” potremmo iniziare con: “ Buongiorno, mi chiamo Andrea e sono qui perchè spero di poterla aiutare. Mi spiace per quello che le è successo. Lei come si chiama?” Un secondo in più che non pregiudica la riuscita dell’intervento ma che lo rende più umano. E’ noto che il volontario non può somministrare farmaci, nemmeno una semplice aspirina. La parola greca pharmakon può essere tradotta di volta in volta con rimedio, veleno, incanto. Ebbene credo che invece il volontario un farmaco possa e debba dispensarlo: la parola. La parola come farmaco, che come mi sono reso conto molte volte, può essere, per come la usi il sottile veleno dell’insensibilità e della freddezza o al contrario un piccolo rimedio, un sollievo, un aiuto. Per questo ci chiamiamo “Misericordia”. |



