| Il “mio” volontariato |
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La Misericordia di Varlungo è stata da sempre parte integrante della mia vita, fin dai miei primi ricordi. E’ ancora nitida nella mia memoria l’immagine di quella domenica mattina, quando nella piazzetta di Rovezzano fu chiesto a mio padre, intento a comprare il giornale, di entrare a far parte di questa associazione: nessuno mai avrebbe immaginato che l’incontro fortuito con quello sconosciuto avrebbe rappresentato per lui una svolta straordinaria nel corso della sua vita. Ricordo bene l’entusiasmo che trapelava dai racconti dei suoi primi interventi di soccorso, la soddisfazione che gli derivava dall’aver aiutato qualcuno in condizione di bisogno, ma anche il turbamento e l’inquietudine che seguivano inevitabilmente l’essersi scontrato con situazioni non sempre facili, ma anzi, talvolta crude e tremendamente realistiche, difficili da accettare.
Il tutto, sempre con la stessa incondizionata voglia di fare del bene, di aiutare il prossimo, senza il benché minimo beneficio secondario, se non la necessità pura e semplice di garantire supporto a chi fosse in difficoltà. Decido quindi, nell’autunno 2009, di mettermi in gioco a mia volta, di entrare a far parte di quell’avventura fino ad allora conosciuta solo a parole. Ed ecco che, tutti quei nomi che per anni avevo sentito solo citare, acquisiscono connotati specifici: il Tolossi, il Guadagna, il Falco...da figure immaginarie divengono volti, voci, parole. Entrare in via della Loggetta è come entrare in una grande famiglia: non ha importanza se presti servizio da una vita o da un giorno, se sei bianco o sei nero, se credi Dio oppure no...fra quelle mura regna la totale assenza di pregiudizio, ed ognuno è accettato così com’è, in modo incondizionato. C’è chi ti offre un caffè, chi ti chiede un parere sui fatti di cronaca appena letti sul giornale, chi è pronto a raccontarti una parte di sé: si viene così a creare un formidabile intreccio di storie, una rete indissolubile di rapporti, che garantisce a chi ne fa parte la sensazione di sicurezza e protezione necessaria per poi agire “sul campo” con la dovuta serenità. E’ facile un giorno accorgersi che quell’ambiente sta diventando per te un vero e proprio punto di riferimento, un ritrovo, una seconda casa: sarà bello quindi intrattenersi a lungo dopo un servizio per mangiare tutti insieme un piatto di pasta al pomodoro o per farsi due risate guardando una puntata dei Simpson. Non dovrai quindi sorprenderti se ti ritroverai una sera a bere una birra o a guardare un film insieme ai ragazzi del Gruppo Giovani. Prestare servizio alla Misericordia non vuol dire soltanto correre a sirena sugli incidenti o venire a contatto diretto col sangue altrui...significa anche imparare a conoscere le abitudini di un bambino disabile da accompagnare a scuola, ascoltare le mille storie che un anziano racconta nel tragitto verso l’ospedale, o emozionarsi nel vedere la sua gioia quando varca la soglia di casa dopo un lungo periodo di ricovero. Ognuno può dunque ricoprire il ruolo che meglio si addice alle proprie caratteristiche, senza obblighi né forzature di alcun genere. Credetemi, facendo volontariato si aprono le porte di un nuovo mondo: nuovi punti di vista, nuovi modi di leggere la realtà, una miriade di insegnamenti, un accrescimento personale incredibile. Non resta altro, quindi, che rimboccarsi le maniche e partire, ricordando sempre che “a stare con gli ultimi, si è più vulnerabili, ma ci si aiuta un pò di più...”.
Marco Ceccarini |



