| La Preghiera dell’aviatore |
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Alla fine della solita, monotona missione di addestramento aveva chiesto al Controllo Traffico Aereo uno spicchio di cielo tutto per sé per un po’ di acrobazia e per consumare il carburante di troppo per l’atterraggio.
Ora, mentre le lancette dell’altimetro, nel centro del cruscotto, giravano vorticosamentein senso antiorario e l’indice del variometro, accanto, era inchiodato a fondo scala a scendere, ridusse il motore al minimo, ruotò ancora lentamente il velivolo intorno al suo asse fino alla giusta direzione, scelta puntando sulla linea della costa, che spiccava nitidamente. Deglutì e soffiò col naso più volte, per compensare il veloce aumento di pressione che gli turava gli orecchi. Stava galleggiando, praticamente senza peso all’interno dell’abitacolo, appena trattenuto dalla lieve pressione delle cinghie dell’imbracatura sulle spalle, col fondoschiena che sfiorava il sedile, gustando quella sensazione strana e inusuale. Fra poco, iniziata la richiamata per interrompere il tuffo lungo cinquemila piedi, tutto sarebbe cambiato all'opposto. Era il momento. Tirò ancora la barra di comando, caricandosi di tre…quattro…cinque volte la forza di gravità che rese più goffi e più lenti i suoi movimenti. Gli arti e la testa grevi per il maggior peso e per la fatica di contrastarlo, la tuta anti-G, gonfia al massimo, a premergli le gambe e l’addome. Fino a quando, superata la linea dell’orizzonte e indirizzato il suo docile, strepitante, metallico ippogrifo verso l’azzurro più cristallino, rilassandosi, allentò la pressione sulla barra e spinse la manetta alla massima potenza, scambiando rapidamente l’energia e la velocità della discesa con una nuova risalita. Dio di potenza e di gloria Che doni l’arcobaleno ai nostri cieli, Noi saliamo nella Tua luce, Per cantare con il rombo dei nostri motori, La Tua maestà e la nostra passione. … Gli riempirono di colpo la mente le parole della preghiera che lui, come tutti, usava ascoltare distrattamente mentre venivano pronunciate al termine di ogni cerimonia ufficiale, desiderando soltanto che finissero presto per essere alfine libero, e che non aveva mai meditato. Continuò a salire, la velocità dell’aereo che diminuiva, fin quasi a diventare zero. … Noi siamo uomini, ma saliamo verso di Te Dimentichi del peso della nostra carne, Purificati dei nostri peccati. … Era vero, in quel momento egli si sentiva puro, al di sopra di ogni sua umana debolezza. Non conosceva l’anonimo autore di quella preghiera ma ora sentiva che essa era nata da un momento di intima, sincera comunione con Dio e con il creato, e percepì anche se stesso come parte di un disegno più grande, sorpreso di riuscire a mantenere la concentrazione sugli strumenti e la coordinazione per manovrare con decisione, ma delicatamente, i comandi mentre contemporaneamente il suo animo, il suo spirito e il suo cervello parevano riempirsi di gioia, di pace e di consapevolezza. Stava pregando! Si, stava pregando. Il pilotaggio, la condotta del velivolo erano il rito; e il volo, quel librarsi senza vincoli e senza condizionamenti, era preghiera. Se pregare significa avvicinarsi a Dio, affidarsi a Dio, ringraziare Dio, ebbene, egli così volando, si sentiva vicino al Creatore, confuso in Lui, grato a Lui come non lo era mai stato. …Fa, nella pace, dei nostri voli Il volo più ardito, … Capriole, tuffi, giravolte, risalite… graffiarono ancora l’indaco puro del cielo, disegnati dal suo capriccio e dalla sua abilità, rendendolo sempre più colmo di riconoscenza. Non avrebbe voluto tornare mai più, ma il carburante che scemava ad ogni manovra lo costrinse a interrompere quei momenti indimenticabili e a correre verso casa. Toccò terra lievemente, con un leggero sobbalzo, mentre, cosciente che i voli futuri non avrebbero avuto per lui il medesimo significato, mormorava a fior di labbra… … E sii con noi Come noi siamo con Te, Per sempre !
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Nell’aria fredda e rarefatta dell’alta quota, rovesciò l’aeroplano, rotandolo su sé stesso; quindi, tirando verso di sé la barra di comando, costrinse il muso ad abbassarsi fino a puntare, dritto, contro la superficie terrestre, ventimila piedi più in giù.